|
Fu poi compresa nella donazione fatta da Pipino il Breve alla Chiesa nel 754; in seguito passò alterne vicende, dominio ora degli imperatori, ora dei ghibellini. Nel
1166 fu saccheggiata e danneggiata dalle truppe del Barbarossa e
successivamente, nel 1360, di nuovo distrutta a opera dell'Albornoz,
per la fedeltà dei suoi abitanti al ribelle e scomunicato Francesco
Ordelaffi. Gran parte del territorio venne destinato alla nuova
contea di Bertinoro, mentre Forlimpopoli fu privata del titolo di città
e della sede vescovile. Nel 1371 non era stata ancora ricostruita, come
testimonia I' Anglic nella sua descrizione della Romagna, ma nel 1380 la
famiglia Ordelaffi la riedificò totalmente. In quegli stessi anni papa Urbano VI le restituì il privilegio di sede vescovile. Tra il 1400 e il 1500 conobbe il dominio della Chiesa e degli Sforza per poi tornare di nuovo sotto gli Ordelaffi e in seguito sotto i Riario, Cesare Borgia, i Rangoni e gli Zampeschi. Durante il vicariato di questi ultimi e specialmente sotto la spinta di Brunoro II, la città godette anni di relativa tranquillità, illuminata da pallidi bagliori rinascimentali. Sul finire del '500 passò sotto il diretto dominio della Chiesa, patendo un certo ristagno civile e sociale. Dopo
l'avventura napoleonica della Repubblica Cisalpina, fu partecipe dei
moti liberali del 1831 ed appoggiò le insurrezioni del '48, '59 e '66.
Gravemente danneggiata dal passaggio del fronte nell'ottobre del 1944,
nel dopoguerra Forlimpopoli ha lentamente modificato la sua fisionomia
economica, passando dall'attività agricola a quella terziaria ed
industriale. Tra i suoi figli più illustri va ricordato Pellegrino Artusi (1820-1911), autore del famoso ricettario di gastronomia La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene. Diede i natali inoltre al generale romano Ordenio FIacco e al medico Carlo Ghinozzi (1811-1878), successore del Bufalini alla scuola di perfezionamento di Firenze. Forlimpopoli ebbe un momento di triste notorietà per la clamorosa impresa del bandito Stefano Pelloni, meglio noto come il Passator cortese, che bloccò a teatro i cittadini, spogliandoli di ogni avere. Tratto da "Atlante romagnolo" |